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    Redazione
  • 21 lug 2019
  • Tempo di lettura: 2 min

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Una storia della letteratura impone o quanto meno presuppone un canone, il quale per altro è destinato a venire continuamente contestato, modificato e riassestato, mentre parallelamente il corso della letteratura viene spostato come quello di un fiume; c'è una letteratura italiana centralista imperniata sulla fiorentinità, grande e piccina, ce n'è una che enfatizza le periferie, siciliane o triestine che siano, sino a degenerare nell'odierno particolarismo, secondo il quale nella Venezia Giulia gli studenti dovrebbero imparare La mula de Parenzo piuttosto che il canto di Paolo e Francesca. C'è una storia letteraria che vede la propria spina dorsale nelle tensioni etico-politiche e nei processi sociali e una che punta tutto sulle invenzioni e la trasgressione linguistica, sull'innovazione sperimentale d'avanguardia.

Anche la più completa e intelligente storia letteraria ha le sue chiusure; l'ideale etico-civile-passionale di De Sanctis non potrebbe mai rendere giustizia a Kafka e ai reietti e randagi poeti dell'assenza, colonne della letteratura moderna, costituita da frammenti laterali e priva di un saldo centro, e di cui forse non si può fare storia nel modo classico. Ogni storiografia letteraria è destinata a generare i «grandi dimenticati» rivendicati con tanta forza da Ermanno Paccagnini e destinati a riemergere nella loro grandezza, come i molti autori ritrovati da Guido Davico Bonino in quel felice «prontuario» che è il suo Novecento italiano.

Come dimostra quel capolavoro critico che è la Storia delle storie letterarie di Giovanni Getto, ognuna di queste ultime è forse già superata al momento del suo apparire, impari al divenire che ha nel frattempo mutato pure i criteri di giudizio. Ma questa è la poesia delle storie letterarie, la loro lotta per scoprire le voci che resistono al tempo; una lotta che a sua volta soggiace al tempo, esprimendo così un appassionato sentire dell'universale mortalità di uomini, opere e cose. Fin da ragazzo amavo i manuali anche più aridamente compilatori di tutte le letterature, pure quelle minori e più lontane; eruditi repertori di nomi e di titoli che sono una manzoniana guerra illustre contro il tempo e che, pur nel grigiore dell'elenco, trasmettono il senso dell'unità dell'umano e dell'immaginario nella varietà delle sue forme. La storia della letteratura fonda e crea un'identità nazionale che si allarga oltre frontiere sempre più vaste, mostrando, scriveva Mazzini nel 1828, «qual debito di gratitudine corra tra popolo e popolo, onde imparino le famiglie umane, tutte esser rami d'un medesimo tronco».

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