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Thomas Hale arrivò a Londra con il bagaglio sbagliato e l’umore giusto. Nella valigia, tre camicie di lino troppo leggere per il fresco di quel luglio e troppo stropicciate per essere indossate senza arrossire; l’umore, invece, era quello di chi non ha nulla da perdere: troppo arrugginito e disincantato per tentare un ultimo colpaccio che lo rimettesse in pista tra le firme che contano, sapeva di poter seguire la rassicurante routine dell’infiltrato speciale e godersi almeno un paio di buoni incontri, sbocconcellando fragole ebbre di bollicine.
Il caporedattore, una specie di Prosivendola ma molto più sobria (all’apparenza) gli aveva chiesto di rubare episodi di ordinaria umanità. «Niente tennis giocato, solo un pezzo sull’atmosfera, sulle persone, su quel mondo lì, insomma» aveva sentenziato con il tono perentorio di chi millanta lungimiranza e campa di ovvietà e ritardi.
Un lento cenno del capo, tradotto con uno stanco Ok e andò a curiosare tra i campi, annusando l’odore dell’erba che, vanitoso della propria fama, sembrava volersi imprimere più dei reduci delle qualificazioni. Invece, nonostante il ranking raccontasse una storia diversa, i colpi di quei ragazzi semisconosciuti ai più risuonavano secchi, asciutti, decisi e abbastanza fantasiosi da far danzare la palla su geometrie inattese. Fu grazie a loro se finalmente l’aria iniziò a riempirsi più di applausi che del grugare dei piccioni in fuga da Rufus, applausi quasi stupiti; in alcuni casi, persino capaci di strappare un gridolino sghembo da bocche Rouge Allure Velvet o sotto baffi con ambizioni garibaldine che l’etichetta non gli concedeva.
Hale osservava. Era bravo a osservare, molto meno a trasformare l’osservazione in un prodotto per supermercati di sottomarche. Sì, perché il vero snob, nella culla in edoardiano ferro battuto bianco della civiltà tennistica, era proprio Thomas e ne andava fiero. Non ne parlava, aveva imparato quanto fosse inutile discutere con i turisti del tennis e persino con chi vantava antenati tra i sodali di Harry Gem, perché nell’epoca dell’esaltazione dell’ignoranza, è più semplice accomodarsi tra la maggioranza incompetente e sgraziata che rivendicare il diritto all’eleganza e alla conoscenza. Maggioranza di cui poi si beffavano nei salotti delle tenute in campagna o nei pub in cui andavano solo con gli amici fidati, ma, si sa, un po’ di ipocrisia vivacizza l’esistenza. Comunque, no, non ne parlava; ormai da tempo subiva la deriva con indifferenza e il tennis lo amava davvero solo quando zompettava maldestro sul campetto centrale dei circoli di provincia. Si divertiva come un pazzo e ogni volta la doccia lo trovava più incrocicchiato e più felice. Quel ritorno a Wimby però lo stava lavorando ai fianchi, insistentemente, subdolamente, approfittando di quell’amore che sapeva ancora di infanzia e di supereroi, di adolescenza e di vittorie su compagni di classe secchioni e supponenti, di prima cotta e di primi baci guadagnati per una sconfitta incassata con onore, e del sesso con la prima donna di cui si era innamorato e che lo aveva preso di forza, stanca di procrastinare perché Henman stava vincendo. Il tennis, dopotutto, era il suo romanzo di formazione.
L’indomani, in sala stampa, si chiacchierava di Luka Varga, un ventitreenne sul cui talento Hale non avrebbe scommesso ma con la fame necessaria a scalare la classifica, e, sottolineavano colleghi e colleghe, con un corpo che i fotografi trattavano con la golosa deferenza riservata a un costoso oggetto di design. Non era un caso se, dopo una veloce sezione di training, fosse già tra le compiacenti grinfie di una famosa rivista di moda.
Quando Thomas fece il suo ingresso nell’area riservata agli shooting, era seduto su uno sgabello: le gambe, lunghe e affusolate come si immaginano, sbagliando, quelle di un dio greco, semi distese e il torso nudo manipolato dalle mani di una truccatrice, intenta a spalmarlo d’olio. Hale pensò al tacchino che la sua ex suocera cucinava per il Ringraziamento – sì, le sue sventure annoveravano anche un matrimonio con una yankee, e una yankee repubblicana – un tacchino tormentato dal pennello e cromato come una Cadillac Series 62 del 1941.
Intanto il reporter della rivista stava chiedendo a Varga se preferisse la mela o la pera.
«Sai, le persone vogliono conoscerti meglio, vogliono sapere chi c’è dietro la racchetta.»
Lui, il sorriso in posa standard, quella d’ordinanza per certe interviste, rispose «la pera» scatenando l’ilarità del giornalista, ilarità autentica, rideva davvero di gusto. Forse un sorriso isterico per l’imbarazzo di dover fare domande del genere? No, più tardi disse di aver riso perché convinto che il ragazzo avesse fatto un’allusione ai seni delle donne.
Dopo una mezz’ora, tra i monitor sintonizzati su tutti i campi e il ticchettio frenetico delle tastiere, qualcuno gli inviò un link: una fan era riuscita a immortalare Vargas sul set e aveva diffuso sui social un paio di foto, subito sommerse di commenti, alcuni dei quali sfioravano il soft porno. Il corpo prima del gioco, ci siamo, di nuovo.
Per fortuna, la giornata era finita e poté rifugiarsi in un pub vicino a Southfields e godersi in solitudine fish and chips e un paio di Guinness. È che la sua fortuna non era mai stata costante, era di quelle distratte e volubili e quella sera lo salutò con Smell like Teen Spirit, la suoneria del suo cellulare che annunciava la Prosivendola di Manchester.
«Come va l’atmosfera?» gli domandò senza nemmeno un frettoloso Ciao. Thomas rispose che era tutta erba e aspettative e lei, abbozzato un risolino poco convinto, precisò che la rivista aspettava «qualcosa di sexy ma non volgare» e possibilmente, aveva aggiunto, «non troppo intelligente: l’intelligenza è sopravvalutata. Leggeri, bisogna essere leggeri»
Hale avrebbe voluto farle notare che la leggerezza è un concetto complesso, è uno stato mentale a cui si può aspirare solo dopo aver conosciuto la profondità, un… poi si ricordò con chi stesse parlando e si limitò a borbottare «Capito» che, nel linguaggio della sua verità, era un francesismo vestito in Burberry.

 

Continua, forse

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